La sughera: una scoperta al parco, tra foglie, famiglia ed ecoprint.
Ci sono piante che si fanno riconoscere subito e altre che hanno bisogno che qualcuno ce le indichi.
La sughera appartiene, per me, alla seconda categoria.
L’ho incontrata recentemente in uno dei parchi che frequento e, questa volta, a farmela notare è stato mio marito.
Ormai è diventato un po’ il mio compagno di esplorazioni botaniche.
O meglio, direi che è stato lentamente arruolato in questa mia curiosità per le piante!
E devo ammettere che il suo aiuto mi fa molto comodo, soprattutto quando nei diversi parchi porto il mio nipotino.
In quei momenti chiaramente, la mia attenzione è tutta per lui.
Non lo perdo di vista un attimo: bisogna seguirlo, guardare dove va, ascoltare quello che dice, essere pronti a intervenire se serve.
E, naturalmente, non è proprio la situazione ideale per mettersi a osservare con calma una foglia, confrontarla con una fotografia o cercare di capire a quale albero appartenga.
Ed è qui che entra in gioco mio marito.
Mentre io tengo d’occhio il piccolo esploratore, lui ormai tiene d’occhio anche le piante.
A volte mi porta una foglia e mi chiede: “Questa la conosci?”
Oppure è lui a fermarsi davanti a un albero che gli sembra interessante.

Insomma, senza quasi accorgercene, la ricerca delle piante è diventata una piccola attività di famiglia.
E questa volta mi ha fatto osservare, appunto, una sughera.
LA QUERCIA DAL TRONCO SORPRENDENTE
Il nome scientifico della sughera è Quercus suber ed è una delle querce caratteristiche dell’area mediterranea.
Appartiene alla famiglia delle Fagaceae, la stessa di querce, faggi e castagni.
La prima cosa che colpisce, naturalmente, è il tronco.
La corteccia è spessa, irregolare, profondamente solcata e dall’aspetto quasi spugnoso.
È proprio quella corteccia che conosciamo come sughero e che rende questa quercia così particolare.
A me piace pensare che il tronco della sughera sia quasi una sorta di archivio vivente della pianta: anno dopo anno si forma, si ispessisce, si modifica e accompagna la crescita dell’albero.
E poi c’è un fatto che trovo davvero interessante.
Il sughero può essere raccolto senza abbattere la pianta.

La corteccia viene asportata e, con il tempo, la sughera ne produce di nuova.
La pianta, quindi, continua la sua vita e ricostruisce lentamente quello che ha perso.
È una di quelle informazioni che, quando le scopro, mi fanno guardare una pianta con un’attenzione completamente diversa.
UNA PIANTA PROTETTA DALLA SUA STESSA CORTECCIA
Il sughero non è soltanto particolare dal punto di vista estetico.
La sua struttura svolge anche un’importante funzione protettiva.
È formato da cellule ricche di suberina, una sostanza che rende il tessuto poco permeabile all’acqua e contribuisce alla protezione dei tessuti interni dell’albero.
Lo spesso strato di corteccia rappresenta inoltre una protezione nei confronti del calore e degli incendi.
La sughera è infatti una pianta perfettamente inserita nell’ambiente mediterraneo, dove il fuoco rappresenta una delle pressioni naturali e ambientali con cui molte specie hanno dovuto confrontarsi nel corso della loro evoluzione.
E più conosco le piante, più mi accorgo che dietro ogni caratteristica che osserviamo,
c’è spesso una storia di adattamento.
LE FOGLIE DELLA SUGHERA
Una volta riconosciuta la pianta, naturalmente, la mia attenzione è andata alle foglie.
Sono coriacee, sempreverdi, piuttosto piccole, con una forma ovale o ellittica e il margine dentato.

La parte superiore è verde, mentre quella inferiore è generalmente più chiara.
A un primo sguardo possono ricordare quelle del leccio, e proprio per questo, per chi sta iniziando a conoscere gli alberi, può essere utile osservarle insieme ad altri particolari della pianta: la forma della chioma, la corteccia, il tronco e l’insieme delle caratteristiche, non soltanto quindi, una singola foglia.
È una cosa che ripeto spesso anche nei miei corsi: imparare a riconoscere una pianta non significa imparare a memoria un elenco di nomi.
Significa imparare a mettere insieme gli indizi.
Ed è proprio questo che faccio anch’io sempre, passeggiata dopo passeggiata.
E NATURALMENTE… E’ ARRIVATO L’ECOPRINT
A questo punto credo, che chi mi conosce, sappia già come è andata.
Una volta identificata la sughera, non potevo limitarmi a sapere il suo nome.
Ho voluto chiaramente provare le sue foglie.
Le ho utilizzate in ecoprint e la prima prova mi ha dato una bella sorpresa: le foglie della sughera stampano molto bene.
Devo dire che mi piace particolarmente, quando una scoperta botanica passa direttamente, dalla passeggiata al tavolo di lavoro.
È come se la pianta avesse una seconda occasione per raccontarsi.
Prima la osservo nel suo ambiente, poi raccolgo qualche foglia nel rispetto della pianta, la porto nel mio laboratorio e provo a capire cosa può fare su un tessuto.
PERCHE’ LE FOGLIE POSSONO ESSERE INTERESSANTI IN ECOPRINT?
Le querce sono note per la presenza di composti fenolici e tannini, anche se la quantità e la composizione, possono variare molto in relazione alla specie, alla parte della pianta, alla stagione e alle condizioni di crescita.
Nell’ecoprint questo aspetto è particolarmente interessante, perché i tannini possono interagire con i mordenti e, soprattutto in presenza di ferro, contribuire alla formazione di impronte più scure e definite.
Ma non vorrei trasformare questa osservazione in una regola assoluta.
E’ proprio qui infatti, che secondo me, l’esperimento diventa più interessante.
Una foglia non è una bustina di colore con una composizione sempre identica.
Una foglia giovane non è necessariamente uguale a una vecchia.
Una pianta cresciuta in un ambiente può comportarsi diversamente dalla stessa specie cresciuta altrove.
Cambiano il periodo di raccolta, l’esposizione, il terreno, l’acqua utilizzata nel processo, il tessuto e la mordenzatura.
Per questo una prova in ecoprint è sempre anche una piccola indagine.
Io non parto dalla domanda: “Che colore deve darmi questa pianta?”
Preferisco chiedermi: “Che cosa mi farà vedere questa volta?”
Ed è una domanda che lascia molto più spazio alla sorpresa.
UNA SUGHERA OSSERVATA CON OCCHI DIVERSI
La cosa curiosa è che quella pianta era lì sicuramente da anni.
Probabilmente l’avevo già incontrata altre volte senza darle un nome.
È questo che succede quando cominciamo a conoscere le piante: il paesaggio che frequentiamo abitualmente acquista nuovi dettagli.
Un albero che prima era semplicemente “un albero” diventa una sughera.
Una foglia raccolta lungo il cammino, diventa qualcosa da osservare da vicino.
Un parco dove andiamo per stare con i nostri bambini o con i nostri nipoti, può diventare, senza volerlo, anche un luogo di scoperta, esattamente come è successo a me.
E in questo caso devo ringraziare mio marito.
Perché mentre io sono impegnata a non perdere di vista il mio nipotino nemmeno per un secondo, lui ormai ha imparato che può esserci una seconda missione: tenere gli occhi aperti anche per le foglie.
Mi piace devo dire, questa piccola complicità.
Io guardo il bambino, lui guarda gli alberi.
Poi, quando torniamo a casa, io guardo con tranquillità, le foglie.
E qualche giorno dopo, magari, sul tavolo del laboratorio, compare un nuovo tessuto stampato.
Così una passeggiata qualunque può lasciare dietro di sé qualcosa che non avevamo programmato.
Questa volta è stata una sughera, un’altra piccola tessera che si aggiunge al mio personale mosaico botanico.






