Tannini

Tannini, ammollo e ferro nell’ecoprint: cosa succede davvero alle foglie?

Nel mio precedente articolo ho parlato di una domanda che ritorna spesso quando si lavora con l’ecoprint: le foglie devono essere messe a bagno prima della stampa oppure no?
La mia risposta è stata, come spesso accade quando si lavora con le piante: dipende.
Vi ho detto infatti, che dipende dalla pianta, dal tipo di foglia, dal tessuto, dal mordente che abbiamo utilizzato e soprattutto dal risultato che stiamo cercando.

Tannini in acqua con foglie
Ma c’è un aspetto particolare dell’ammollo che merita un approfondimento:
il rapporto tra acqua, tannini, coloranti e ferro.
È proprio studiando e sperimentando questo rapporto che ho iniziato, in alcuni casi, a consigliare non soltanto un breve ammollo, ma anche di lasciare le foglie in acqua per diversi giorni o addirittura per alcune settimane.
A prima vista potrebbe sembrare una contraddizione, in realtà non lo è.
Questo perché non tutti gli ammolli hanno lo stesso scopo.

TANNINI PREZIOSI, MA NON SEMPRE DOVE LI VOGLIAMO 

I tannini sono composti naturali molto importanti per chi pratica tintura naturale ed ecoprint.
Sono presenti in molte piante e possono avere un ruolo fondamentale nella stampa botanica, soprattutto quando entrano in contatto con il ferro.
È proprio questa loro capacità di reagire con il ferro che può regalarci alcuni dei risultati più belli dell’ecoprint, soprattutto se  cerchiamo i grigi, i neri, i bruni, contorni molto marcati o impronte profonde.

Reazione tannini e ferro
Stampa con foglie di sommacco

C’è da dire però, che la stessa reazione, che in alcune situazioni cerchiamo, può diventare un problema in altre.
Quando lavoriamo, per esempio, su un tessuto trattato con un mordente ferroso, una foglia particolarmente ricca di tannini può produrre una reazione molto intensa, come nella foto qui sopra.
Però non sempre questa intensità coincide con una stampa più bella.
A volte possiamo ottenere sbavature, aloni, macchie diffuse e contorni poco nitidi.
È uno di quei casi in cui avere “più” di una sostanza, non significa necessariamente ottenere un risultato migliore.

PERCHE’ IL FERRO REAGISCE CON I TANNINI? 

Il ferro ha una particolare affinità con molti composti fenolici presenti nelle piante, tra cui diversi tannini.
Quando questi composti entrano in contatto con il ferro possono formare complessi molto scuri.
È una delle ragioni per cui il ferro viene utilizzato da tanto tempo nella tintura naturale e perché, nell’ecoprint, una foglia ricca di tannini può reagire in maniera così evidente su un tessuto contenente ferro.
Il problema è che a volte, questa reazione, può essere molto rapida e intensa.
Se la foglia infatti, rilascia molti tannini direttamente sulla superficie del tessuto, il colore può allargarsi oltre la forma precisa della foglia.
Quello che doveva essere un bordo netto, può diventare un alone.
Quella che doveva essere una nervatura, può trasformarsi in una macchia.
Ed è proprio qui che l’ammollo può diventare interessante.

UN AMMOLLO LUNGO PUO’ CAMBIARE LA FOGLIA

Quando raccolgo una foglia fresca e la immergo nell’acqua, abbiamo detto che comincia un processo di estrazione.
L’acqua può infatti solubilizzare e portare via una parte delle sostanze idrosolubili presenti nei tessuti vegetali.
Tra queste possono esserci anche tannini idrosolubili.
Se lasciamo la foglia nell’acqua per un periodo più lungo, una parte di queste sostanze può progressivamente passare nell’acqua.
Naturalmente il processo non è identico per tutte le piante.

Piante e foglie in ammollo
Per questo non dobbiamo pensare all’ammollo come a una semplice preparazione meccanica della foglia.
È un vero e proprio trattamento della materia vegetale.

PERCHE’ A VOLTE CONSIGLIO ANCHE SETTIMANE DI AMMOLLO? 

Questa è una delle situazioni in cui il mio modo di lavorare può sembrare diverso, da quello di chi consiglia di utilizzare sempre la foglia fresca.
Se ad esempio sto lavorando con una pianta particolarmente ricca di tannini e so che il tessuto contiene ferro, posso decidere di raccogliere le foglie fresche e lasciarle in acqua per diversi giorni o anche per alcune settimane.
In questo caso non sto mettendo a bagno la foglia per renderla semplicemente più morbida.
Sto cercando di modificare ciò che la foglia porterà successivamente sul tessuto.
L’obiettivo è ridurre, per quanto possibile, una parte dei tannini idrosolubili che potrebbero provocare una reazione troppo violenta con il ferro.
È un po’ come preparare la foglia prima di chiederle di lasciare la sua impronta.

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Ecoprint: foglie in ammollo sì o no?

In ecoprint è bene mettere le foglie in ammollo, si o no? E’ davvero necessario?

Queste sono spesso le domande che mi fanno!
Negli ultimi tempi, tra l’altro, mi è capitato di leggere opinioni molto diverse sull’ammollo delle foglie prima della stampa botanica.
In realtà, c’è chi sostiene che sia indispensabile immergere le foglie prima di qualsiasi stampa ecologica e chi, al contrario, considera l’ammollo quasi un errore, preferendo utilizzare sempre la foglia fresca, appena raccolta.
Io, come spesso accade nel mondo dell’ecoprint, non credo molto nelle regole assolute.
Quindi alla domanda in ecoprint foglie in ammollo si o no, non rispondo mai allo stesso modo.

NEI MIEI ESPERIMENTI DI ECOPRINT: FOGLIE IN  AMMOLLO SI O NO?

Nei miei studi ed esperimenti ho fatto moltissime prove e, proprio attraverso questi esperimenti, ho capito che a volte l’ammollo può essere molto utile, mentre altre volte preferisco evitarlo.

Ecoprint: foglie in ammolloLa cosa interessante è che non cambia soltanto l’aspetto della foglia: immergendola in acqua possiamo modificare ciò che accade al suo interno e, di conseguenza, anche il modo in cui alcune sostanze presenti nella pianta arrivano sul tessuto.
Ed è proprio qui che entrano in gioco i tannini.

TANNINI : PERCHE’ SONO COSI’ IMPORTANTI NELL’ECOPRINT?

Quando parliamo di stampa botanica, parliamo spesso di tannini.
I tannini sono una grande famiglia di composti naturali,  presenti in moltissime piante.
Sono particolarmente interessanti per noi perché possono interagire con le fibre tessili e con alcuni mordenti, soprattutto con il ferro, formando reazioni che possono dare colori e segni molto evidenti.
Sono responsabili, in parte, di quelle belle impronte che conosciamo bene: dai beige ai bruni, dai grigi fino ai neri ottenuti in presenza di ferro.
Ma la quantità e il tipo di tannini presenti in una foglia non sono uguali per tutte le piante.
E soprattutto non tutti i tannini si comportano allo stesso modo.
Questa è una delle ragioni per cui non possiamo stabilire una regola universale sull’ammollo.

COSA SUCCEDE QUANDO METTIAMO UNA FOGLIA A BAGNO?

Quando immergiamo una foglia in acqua, praticamente cominciamo a creare un piccolo processo di estrazione.
L’acqua entra nei tessuti vegetali e può favorire il passaggio di alcune sostanze solubili dall’interno della foglia all’acqua stessa.
Questo significa che una parte dei composti che ci interessano per la stampa, può rimanere nell’acqua dell’ammollo, anziché arrivare tutta sul tessuto.
Ed è proprio qui che bisogna fare attenzione.
Ammollare una foglia non significa semplicemente “attivarla”.
A seconda della pianta, del tempo di immersione, della temperatura dell’acqua e delle caratteristiche dell’acqua stessa, possiamo ottenere effetti diversi.

Ammollo si o no
Un ammollo molto breve può semplicemente rendere la foglia più morbida e flessibile.
Un ammollo più lungo, può invece iniziare ad estrarre, una quantità maggiore di sostanze idrosolubili.
Ecco perché una foglia che abbiamo lasciato nell’acqua per ore, non è necessariamente la stessa foglia che abbiamo appena raccolto.

AMMOLLO E TANNINI: NON E’ SEMPRRE UNA QUESTIONE DI  “PIU’ E’ MEGLIO”

Questo è forse il punto che mi interessa maggiormente chiarire.
Quando si parla di tannini, si potrebbe pensare che più tannino significa automaticamente una stampa più intensa, ma nell’ecoprint non funziona sempre così.
Una foglia può contenere molti tannini, ma se una parte di queste sostanze viene estratta nell’acqua durante l’ammollo, quello che rimane nella foglia e quello che viene trasferito sul tessuto possono cambiare.
E non dobbiamo poi dimenticare, che nella foglia non ci sono soltanto tannini.
Ci sono pigmenti, flavonoidi, antociani, acidi organici, cere, zuccheri e moltissime altre sostanze.
Ognuna può reagire in maniera diversa all’acqua, al calore, al pH e al tempo.
Per questo motivo non mi piace dire: “le foglie vanno sempre messe a bagno.”
Ma non mi piace nemmeno dire: “le foglie non vanno mai messe a bagno.”
Preferisco chiedermi: che cosa voglio ottenere da quella foglia? Leggi tutto “Ecoprint: foglie in ammollo sì o no?”

La sughera

La sughera: una scoperta al parco, tra foglie, famiglia ed ecoprint.

Ci sono piante che si fanno riconoscere subito e altre che hanno bisogno che qualcuno ce le indichi.
La sughera appartiene, per me, alla seconda categoria.
L’ho incontrata recentemente in uno dei parchi che frequento e, questa volta, a farmela notare è stato mio marito.
Ormai è diventato un po’ il mio compagno di esplorazioni botaniche.
O meglio, direi che è stato lentamente arruolato in questa mia curiosità per le piante!
E devo ammettere che il suo aiuto mi fa molto comodo, soprattutto quando nei diversi parchi porto il mio nipotino.
In quei momenti chiaramente, la mia attenzione è tutta per lui.
Non lo perdo di vista un attimo: bisogna seguirlo, guardare dove va, ascoltare quello che dice, essere pronti a intervenire se serve.
E, naturalmente, non è proprio la situazione ideale per mettersi a osservare con calma una foglia, confrontarla con una fotografia o cercare di capire a quale albero appartenga.
Ed è qui che entra in gioco mio marito.
Mentre io tengo d’occhio il piccolo esploratore, lui ormai tiene d’occhio anche le piante.
A volte mi porta una foglia e mi chiede: “Questa la conosci?”
Oppure è lui a fermarsi davanti a un albero che gli sembra interessante.

Sughera, tronco e foglie

Insomma, senza quasi accorgercene, la ricerca delle piante è diventata una piccola attività di famiglia.
E questa volta mi ha fatto osservare, appunto, una sughera.

LA QUERCIA DAL TRONCO SORPRENDENTE 

Il nome scientifico della sughera è Quercus suber ed è una delle querce caratteristiche dell’area mediterranea.
Appartiene alla famiglia delle Fagaceae, la stessa di querce, faggi e castagni.
La prima cosa che colpisce, naturalmente, è il tronco.
La corteccia è spessa, irregolare, profondamente solcata e dall’aspetto quasi spugnoso.
È proprio quella corteccia che conosciamo come sughero e che rende questa quercia così particolare.
A me piace pensare che il tronco della sughera sia quasi una sorta di archivio vivente della pianta: anno dopo anno si forma, si ispessisce, si modifica e accompagna la crescita dell’albero.
E poi c’è un fatto che trovo davvero interessante.
Il sughero può essere raccolto senza abbattere la pianta.

tronco con sughero
La corteccia viene asportata e, con il tempo, la sughera ne produce di nuova.
La pianta, quindi, continua la sua vita e ricostruisce lentamente quello che ha perso.
È una di quelle informazioni che, quando le scopro, mi fanno guardare una pianta con un’attenzione completamente diversa.

Leggi tutto “La sughera”

Conoscere le piante

Dopo il mio primo articolo al ritorno dell’estate, dedicato al verbascο e alla mia esperienza con questa pianta, mi è venuto spontaneo pensare a quanto sia importante, per chi ama la natura e soprattutto per chi, come me, raccoglie piante per sperimentare con tinture naturali ed ecoprint, imparare a conoscere le piante.
Non parlo di diventare botanici o di imparare a memoria nomi e classificazioni, ma semplicemente di fermarsi a osservare, fare attenzione ai particolari e, poco alla volta, imparare a riconoscere ciò che incontriamo durante le nostre passeggiate.
Perché ogni volta che conosciamo una pianta un po’ meglio, anche il nostro modo di guardare la natura cambia.

COME INIZIARE A CONOSCERE LE PIANTE 

Spesso, durante i miei corsi, sia in presenza che online, le persone che iniziano questo percorso mi dicono: «Io non conosco quasi per niente le piante, ma ne sono terribilmente attratta».
E in fondo è proprio da qui che si può cominciare.
Non è necessario arrivare con delle conoscenze, basta avere curiosità e voglia di osservare.
Questo articolo è soprattutto per loro, per chi sente questa attrazione verso le piante ma pensa di non saperne abbastanza.
Ma è anche per chi ama semplicemente la natura e vuole imparare a guardarla con occhi un po’ più attenti.

IDENTIFICARE GLI ALBERI: IMPARARE A RICONOSCERLI

Durante una passeggiata in un bosco, in un parco o semplicemente lungo una strada alberata, possiamo osservare le piante che ci circondano, anche senza  sapere come si chiamano e a me capita spesso di lasciarmi conquistare dalle forme delle foglie, dai colori, dalla corteccia e dai  profumi.

In passeggiata per conoscere le piante
Certo, ora come ora, per me, imparare a riconoscere specie nuove, è diventato qualcosa di più.
È un po’ come incontrare degli amici all’aria aperta.
Infatti, quando finalmente riesco a dare un nome a un albero che incontro durante una passeggiata, quella pianta non è più soltanto “un albero”: diventa un volto conosciuto, qualcosa che finalmente posso riconoscere quando lo ritrovo.
E, naturalmente, per chi si occupa di tinture naturali ed ecoprint, imparare a identificare correttamente le piante, diventa ancora più importante.

DA DOVE COMINCIARE PER CONOSCERE LE PIANTE?

Non serve iniziare studiando botanica per ore.
Anzi, credo che il modo più bello per imparare, sia proprio cominciare da poche piante e osservarle con attenzione.
Scegliete magari tre o quattro alberi che incontrate spesso vicino casa, o durante le vostre passeggiate.
Guardateli in stagioni diverse, osservate le foglie, i rami, la corteccia, i frutti e il portamento generale.
Sicuramente con il tempo, l’occhio si allena.
E succede una cosa curiosa: una volta che abbiamo imparato a riconoscere alcune piante, cominciamo spontaneamente a fare più attenzione a quelle che ancora non conosciamo.
Una foglia diversa ci incuriosisce, un albero che non avevamo mai notato prima ci fa fermare.
E proprio da lì, parte una nuova ricerca.

IMPARARE A OSSERVARE, NON SOLTANTO A CONFRONTARE IMMAGINI

In genere per un primo orientamento, utilizzo anche applicazioni come PlantNet, che possono essere molto utili quando ci troviamo davanti a una pianta che non conosciamo.
Naturalmente non considero mai l’identificazione dell’app come una certezza assoluta.
La utilizzo piuttosto come un punto di partenza, per fare ulteriori verifiche.

App per riconoscere le piante
A casa, infatti, torno spesso ai miei libri.
Alcuni manuali di identificazione sono organizzati attraverso una vera e propria chiave dicotomica, utile per trovare i caratteri giusti per identificare la pianta.
Questo significa quindi, che non ci si limita a sfogliare le pagine cercando l’immagine più simile alla pianta che abbiamo davanti.
Si procede invece passo dopo passo, osservando determinate caratteristiche e rispondendo a delle domande.
La foglia è semplice o composta?
Come sono disposte le foglie sul ramo?
La corteccia com’è?
Ci sono spine?
Come sono i frutti?
E così, seguendo le diverse possibilità, si arriva progressivamente a restringere il campo.
È un esercizio molto interessante perché ci costringe a guardare davvero la pianta, non soltanto a cercare qualcosa che le assomigli.

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Il Verbasco

Buon rientro dalle vacanze… e un nuovo incontro con il verbasco

Le vacanze sono finite e, anche se tornare alla quotidianità non è sempre facile, per me c’è sempre un modo per portare a casa qualcosa di bello: una pianta osservata durante una passeggiata, un fiore raccolto con curiosità, un colore ancora da scoprire.
Quest’estate infatti, durante il mio soggiorno in montagna, ho incontrato e sperimentato una pianta che conoscevo già, ma che questa volta ho voluto guardare con occhi diversi: il verbasco, conosciuto anche come tasso barbasso.

Verbasco della montagna
E naturalmente, per chi ama la tintura naturale e l’ecoprint, incontrare una nuova pianta significa quasi inevitabilmente chiedersi: chissà che colore riuscirà a regalarmi?
Così è iniziata come al solito, anche in vacanza, la mia piccola sperimentazione.

IL VERBASCO: UNA PIANTA IMPOSSIBILE DA NON NOTARE 

Questo usato da me, è il  .
 E’ una pianta biennale, appartenente alla famiglia delle Scrophulariaceae,
molto riconoscibile per il suo portamento eretto e soprattutto per le grandi foglie ricoperte da una fitta peluria, che dà alla pianta un aspetto quasi vellutato e argentato.

foglie argentate di verbasco
Nel primo anno forma principalmente una grande rosetta di foglie basali.
Nel secondo anno compare il lungo stelo fiorale, che può raggiungere anche un’altezza notevole, e sulla sommità si sviluppa la caratteristica spiga ricca di piccoli fiori gialli.
È una pianta che ama il sole e i terreni asciutti e poveri.
Si può incontrare facilmente in luoghi aperti, incolti, lungo strade e sentieri e anche, come me, in zone di montagna.
Ed è appunto, proprio durante una passeggiata, che ho raccolto i fiori che ho utilizzato per la mia prova.

I FIORI DEL VERBASCO: PICCOLI MA SORPRENDENTI 

La parte che mi interessava maggiormente erano naturalmente i fiori gialli.
Il verbasco produce fiori che si aprono progressivamente lungo la spiga e che hanno una vita molto breve: spesso ogni fiore rimane aperto soltanto per un giorno, venendo continuamente sostituito da nuovi fiori.
Ed è proprio nei fiori che ho trovato la sorpresa più interessante della mia sperimentazione.
In tintura, infatti, il verbasco mi ha dato una bella tonalità gialla, piuttosto incisiva e luminosa.

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