Stampa botanica per packaging

Dalle foglie alla carta: stampa botanica per un packaging fatto a mano

 Oltre le impronte botaniche sui tessuti, spesso porto la magia delle foglie anche sulla carta: un nuovo modo, che in realtà ho sempre usato,  per raccontare e confezionare le mie creazioni.
Anche la stampa botanica su carta infatti, permette di catturare forme, venature e dettagli delle piante, creando superfici uniche.
Così anche una semplice carta, può diventare un elemento prezioso per accompagnare una sciarpa in seta, un dono o un piccolo progetto artigianale.

         Stampa botanica su carta

BUSTE IN CARTA FORNO CON STAMPA BOTANICA PER UN PACKAGING LEGGERO E ORIGINALE 

Spesso amo utilizzare  la carta forno, come materiale per creare piccole buste da packaging.
La sua trasparenza e leggerezza dona un effetto delicato, quasi etereo, perfetto per contenere campioni, piccoli tessuti o pensieri creativi.
Per realizzarle, scegliete una carta forno abbastanza resistente, create poi la stampa botanica con foglie, fiori o elementi naturale, piegate la carta formando una busta e fermate il tutto con una piccola cucitura o un piccolo nastro.
Il risultato è una confezione semplice, imperfetta e proprio per questo autentica, con un “sapore”  che sa di antico.
Mi piace poi pensare, che anche il packaging possa raccontare il tempo della natura: una foglia raccolta, una stampa che non sarà mai uguale ad un’altra, un materiale che acquista nuova vita.

Packaging con carta forno e nastro di seta
Packaging con carta forno e nastro di seta

La scuola è chiusa ormai da giorni ma quella dei piccolini dell’asilo nido, del mio nipotino, ancora no.
Come ogni fine anno quindi, ci sono quei piccoli gesti di affetto da dedicare alle maestre: un pensiero scelto con cura per ringraziare chi ha accompagnato i bambini durante il percorso dell’anno.
Ma naturalmente, oltre al regalo, da parte mia c’è un altro dettaglio che può trasformare un semplice dono in qualcosa di speciale: il modo in cui viene presentato.
Un packaging importante, fatto a mano e curato nei dettagli, secondo me, racconta già qualcosa, ancora prima di aprire la confezione.

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Le samare di acero

Le samare di acero: le “ali delle fate” che lasciano impronte meravigliose

Ci sono elementi naturali che ci riportano immediatamente all’infanzia.
Per me, le samare di acero sono una di quelle piccole magie.
Da bambina le chiamavo “le ali delle fate”: due semi uniti da una sottile ala che, cadendo dagli alberi, roteano leggere nell’aria, come minuscoli elicotteri.
Le raccoglievo senza sapere che un giorno sarebbero finite sui miei tessuti, trasformandosi in impronte delicate e sorprendenti.
In ecoprint, infatti, le samare di acero, riescono a regalare effetti davvero particolari: forme leggere, segni grafici eleganti e soprattutto splendidi toni aranciati molto caldi.
In tintura invece dei colori sorprendenti.

Samare d'acero in ecoprint

ECOPRINT CON SAMARE DI ACERO SU SETA :
UNO SCIALLE  ISPIRATO ALLA PIOGGIA 

Durante l’ultimo corso di stampa con le coperte vettore, le avevo raccolte per le mie allieve.
Samare in stampa botanica, effetto pioggiaNon ricordavo però che in ecoprint, avrebbero avuto una resa così scenografica e piena di carattere.
Le loro impronte, unite ai meravigliosi toni aranciati che hanno rilasciato sul tessuto, mi hanno colpita talmente tanto, che ho deciso di creare uno scialle di seta, stampato quasi interamente proprio con le samare d’acero.                                 Avevo in mente un effetto preciso: qualcosa che ricordasse la pioggia primaverile.
All’inizio più leggera e rada, poi sempre più intensa verso il fondo dello scialle, fino a creare una trama fitta di impronte sovrapposte, come un movimento continuo portato dal vento.

LE SAMARE DI ACERO: PICCOLI SEMI PIENI DI POESIA

Cosa sono le samare di acero? Sono praticamente, il frutto dell’acero.
La loro struttura è perfetta per viaggiare con il vento: quando si staccano dall’albero ruotano lentamente, creando quel movimento così riconoscibile che affascina grandi e bambini.

semi di acero
Osservandole bene infatti, sembrano quasi piccole creature alate.
Ed è forse proprio questa leggerezza a renderle così interessanti anche nella stampa botanica.
In ecoprint non sempre sono le foglie più grandi o i fiori più appariscenti quindi, a dare i risultati migliori.
A volte sono proprio gli elementi più semplici e silenziosi a lasciare le tracce più poetiche.

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Sembra improduttivo sperimentare?

Sembra improduttivo sperimentare? Direi proprio di no.
In realtà ci sono momenti in cui il lavoro creativo sembra fermo.
Il tavolo è pieno di prove, campioni, tessuti macchiati, foglie lasciate asciugare, tinture nate quasi per caso.
Eppure, agli occhi di chi guarda da fuori, sembra che non stia succedendo nulla. Spesso infatti, mio marito dice: Com’è, oggi non hai prodotto nulla?
In effetti a volte capita, che nessun pezzo è finito, nessuna collezione è totalmente pronta e non c’è nessun risultato immediato da mostrare.
Ma è proprio lì che spesso nasce la parte più autentica del lavoro.

Sembra improduttivo sperimentare ?

SEMBRA IMPRODUTTIVO SPERIMENTARE?
IN REALTA’ E’ IL TEMPO INVISIBILE DELLA CREAZIONE

Nel mondo creativo siamo abituati a pensare che tutto debba trasformarsi subito in qualcosa di utile, visibile, pubblicabile.
E invece secondo me, la sperimentazione ha un ritmo diverso.
Ci sono giorni in cui studio un tannino nuovo, provo una corteccia, osservo come reagisce un tessuto già tinto, cambio mordente, provo i tempi e le temperature.
E quindi, apparentemente “non produco”.
Ma in realtà sto costruendo!
Quindi se mi chiedo se sembra improduttivo sperimentare, mi rispondo dicendo che ogni prova, anche quella che non funziona, lascia un segno nella memoria delle mani.
Cioè praticamente, ogni errore apre una strada che prima non vedevo e ogni tessuto accantonato contiene informazioni che magari torneranno mesi dopo, nel momento giusto.

DARE TEMPO ALLE MANI  E ALLA MENTE DI IMMAGINARE

Credo profondamente che le mani, abbiano bisogno di tempo quanto la mente.
Quando lavoro con le tinture naturali, con l’ecoprint o con la stampa botanica, mi accorgo che non posso forzare tutto.
Ci sono intuizioni che arrivano solo mentre faccio, mentre piego un tessuto,

Intuizioni e sperimentazioni

mentre raccolgo foglie, o mentre osservo una stampa uscita diversa da come l’avevo immaginata.
Lo definirei in realtà, un dialogo lento.
A volte infatti la mente capisce dopo, quello che le mani avevano già intuito.
Ed è proprio per questo, che concedersi uno spazio di ricerca, non è tempo perso, ma direi piuttosto, che è nutrimento creativo.

IL PRODURRE SILENZIOSO CHE NESSUNO VEDE 

In natura, le trasformazioni più importanti, sappiamo che iniziano sottoterra.
Infatti, prima che qualcosa emerga, succede un lungo lavoro invisibile.
Le radici si allungano nel buio, si espandono senza fare rumore e preparano ciò che verrà dopo.
Penso spesso che anche il processo creativo funzioni così.
Ci sono periodi in cui non nasce nulla di definito, ma dentro si stanno accumulando immagini, idee, collegamenti, intuizioni.
Si sta formando un terreno nuovo.

Laboratorio e sperimentazioni
Praticamente esiste un produrre silenzioso, che non appare sui social, che non entra subito in un articolo o in una fotografia.
È fatto solo di appunti, tentativi, osservazioni, materiali lasciati a riposo.
È appunto, il lavoro invisibile, quello che assomiglia ai semi sotto terra.
Per questo oggi come oggi, non sento più l’urgenza di trasformare ogni sperimentazione, in qualcosa di immediatamente concluso.
Alcune prove, secondo me, devono semplicemente sedimentare.

RESTARE ALLIEVI DEL PROPRIO PERCORSO CREATIVO 

Una delle cose che sento più vere nel mio lavoro è questa: non credo di essere mai arrivata davvero a un punto definitivo.
Così come con tutte le varie tecniche manuali, continuo ancora oggi a imparare.
Ci sono giorni in cui tutto sembra funzionare in modo naturale, e altri in cui qualcosa non va come immaginavo, ma anche questo fa parte naturalmente, del percorso.
Spesso si pensa che con l’esperienza si smetta di sbagliare.
Io credo invece, che l’esperienza insegni soprattutto a osservare meglio gli errori, ad ascoltarli senza viverli sempre come un fallimento.
Con il tempo non si smette di apprendere: si impara semplicemente a restare aperti alla ricerca.
Ed è proprio quello che continuo a fare ogni volta che preparo un tessuto,  non per arrivare a una perfezione assoluta, ma per continuare ad approfondire il mio modo personale di creare.

STUDIO E SPERIMENTO SENZA PRETENDERE FRUTTI IMMEDIATI

Con il tempo quindi ho imparato, che non tutto nasce per essere perfetto subito.
Ci sono ricerche che maturano lentamente, colori che diventano comprensibili dopo molte prove e tecniche che chiedono pazienza, prima di trovare una voce personale.
Praticamente, come dicevo, ci sono giornate intere dedicate semplicemente all’osservazione.
A capire come reagisce un tessuto, a notare la differenza tra una foglia raccolta fresca e una essiccata.
A vedere come un tannino cambia intensità con il passare delle ore.
In realtà sono dettagli minuscoli, ma è proprio lì, a mio parere, che si costruisce davvero un linguaggio personale.
E allora continuo così: studio, sperimento e osservo.
Devo dire poi, che  molte delle cose che oggi sento davvero mie, sono proprio nate in quei periodi apparentemente improduttivi, fatti di silenzio e tentativi .
Ed è strano pensare quanto la creatività abbia bisogno anche di pause, vuoti e tempi morti per poter maturare.

CONCLUSIONI

In conclusione, anche dopo anni di esperienza, continuo a sentirmi in ricerca.
Una frase in cui mi ritrovo molto, è quella dello scrittore Tom Peters: “Ciò che devi sapere sul tuo prossimo lavoro, è contenuto nel tuo ultimo lavoro.”
Quindi sperimentare non è affatto improduttivo,  forse è proprio il contrario.
Forse è il terreno nascosto da cui tutto, lentamente, prende forma.
Insomma,  alcune sperimentazioni servono semplicemente ad aprire altre possibilità.
Altre invece, magari non porteranno mai a un lavoro concluso, ma avranno comunque insegnato qualcosa.

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Trattamento dei tessuti tinti con coloranti naturali: come lavarli e conservarli al meglio

Quando si parla di trattamento dei tessuti tinti con coloranti naturali, spesso si pensa solo alla fase finale del lavaggio.
In realtà, tutto ciò che accade dopo la tintura o la stampa, è parte integrante del processo stesso.
Negli anni ho imparato che i colori naturali hanno bisogno di tempo.
Tempo per asciugarsi, assestarsi, trasformarsi lentamente dentro le fibre.

Trattamento dei tessuti tinti naturalmente: asciugatura
Ed è forse proprio questa, una delle differenze più profonde rispetto ai colori industriali: la tintura naturale continua a vivere anche dopo essere terminata.

TRATAMENTO DEI TESSUTI TINTI CON COLORANTI NATURALI DOPO LA TINTURA

Dopo aver estratto il tessuto dal bagno colore, io preferisco lasciarlo asciugare lentamente all’aria, sempre lontano dal sole diretto.
Una volta asciutto, cerco di lasciarlo riposare almeno un giorno prima del primo lavaggio.
Se riesco ad aspettare due o tre giorni, ancora meglio.
Non sempre ho tutta questa pazienza, lo ammetto… ma ogni volta noto che il colore acquista una presenza diversa, più stabile, più profonda.
È come se il tessuto avesse bisogno di “calmarsi” dopo tutta la trasformazione vissuta nella tintura.

Asciugatura dei tessuti
Questo tempo di riposo permette ai pigmenti naturali di legarsi meglio alle fibre e spesso regala sfumature ancora più interessanti.

PRIMO LAVAGGIO DEI TESSUTI TINTI NATURALMENTE 

Il primo lavaggio è un momento importante nel trattamento dei tessuti tinti con coloranti naturali.
Io di solito utilizzo un ciclo breve a freddo in lavatrice, soprattutto per lino, cotone o canapa.
Per sete leggere, lane o tessuti più delicati preferisco invece il lavaggio a mano.

LAVAGGIO DEI TESSUTI TINTI NATURALMENTE 
In questa fase il tessuto rilascia ancora parte del colore non fissato, ed è del tutto normale.
Per questo consiglio sempre di risciacquare bene, fino a quando l’acqua diventa limpida.
Non bisogna avere fretta, perché anche questo, fa parte del processo naturale.

COME ASCIUGO I TESSUTI BOTANICI

Dopo il lavaggio, stendo quasi sempre i tessuti all’aria aperta.
Continuo però a evitare il sole forte, soprattutto con tonalità delicate ottenute da fiori, foglie fresche o alcuni bagni botanici più sensibili alla luce.
Mi piace vedere il tessuto muoversi lentamente con l’aria, mentre il colore cambia leggermente asciugandosi.
È un momento semplice, ma ogni volta mi ricorda quanto questi processi siano vivi e imprevedibili.

COME MANTENERE BELLI I COLORI NATURALI NEL TEMPO 

Per conservare più a lungo i tessuti tinti naturalmente, nel tempo ho imparato a fare poche cose semplici:
– lavare solo quando serve davvero;
– usare acqua fredda o tiepida;
– scegliere detergenti delicati a pH neutro;
– evitare qualsiasi prodotto aggressivo;
– asciugare preferibilmente lontano dal sole diretto.
Non serve trattare questi tessuti con paura o eccessiva rigidità, basta solo un po’ di attenzione e rispetto per le fibre e per il lavoro fatto.

OGNI TESSUTO NATURALE CONTINUA A TRASFORMARSI

Nel trattamento dei tessuti tinti con coloranti naturali c’è una cosa che considero fondamentale capire e farvi capire: i colori naturali non sono mai completamente immobili.
Questa è una cosa che dico sempre, soprattutto a chi non è del campo.
I colori cambiano, a volte impercettibilmente, altre volte in modo più evidente.
Una tonalità può ammorbidirsi dopo alcuni lavaggi, un beige può scaldarsi, un grigio ferroso può diventare più profondo.
Alcuni rosa svaniscono lentamente, mentre certe stampe botaniche acquistano carattere col tempo.
E sinceramente… è proprio questo che amo.
Ogni tessuto resta vivo, materico, autentico, non esiste una copia identica a un’altra.
Le fibre reagiscono in modo diverso e il tempo modifica le sfumature.
Per me la tintura naturale o la stampa in ecoprint, non è mai quindi, ricerca della perfezione industriale.
È piuttosto accettare la bellezza delle trasformazioni.
Ed è forse proprio questo, come sappiamo bene, che rende ogni pezzo davvero unico.

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Tannini nei rami di potatura

Ci sono momenti in cui mi basta vedere dei rami a terra,  appena tagliati,  per fermarmi e chiedermi quanti tannini ci saranno in quei rami di potatura.
Sicuramente non guardo mai quei rami come scarti, ma sempre come una possibilità.
Infatti mi capita spesso, dopo una potatura, di raccoglierne qualcuno.
Non tutti, solo quelli che mi “chiamano”, quelli con una corteccia interessante, un colore già promettente, o semplicemente una sensazione.

Tannini nei rami potati

Perché negli anni ho imparato una cosa:
non tutti i rami contengono tannino. Ma quando c’è, lo senti.

 COME RICONOSCO SE UN RAMO PUO’ FUNZIONARE ?

Non ho una regola precisa, ma nel tempo, ho sviluppato un’attenzione.
Guardo prima di tutto la corteccia. Se è viva, presente, magari leggermente rugosa o intensa, mi interessa.
Poi scelgo spesso rami giovani, sono quelli che, nella mia esperienza, restituiscono di più.
So già che alcune piante sono più generose: quercia, castagno, noce… con loro vado quasi sul sicuro.
Altre invece le provo, senza aspettative. E a volte , sono proprio quelle a sorprendermi.

 IL MOMENTO DELL’ESTRAZIONE

Quando torno a casa, non ho mai fretta.
Taglio i rami, li spezzo, a volte schiaccio leggermente la corteccia.
È un gesto semplice, ma devo dire che cambia tutto.
Li metto poi  in acqua fredda e li lascio lì.

Potatura
Il giorno dopo, li porto lentamente a temperatura.
In genere infatti, non cerco mai una bollitura aggressiva, preferisco lasciare che il colore esca piano piano.
Dopo circa un’ora  o due, a seconda del colore che vedo, spengo.
Ma il vero lavoro, per me, inizia dopo.

 QUELLO CHE SUCCEDE QUANDO NON FACCIO NIENTE

La regola è lasciare sempre riposare il bagno, ore, a volte anzi una notte intera, o anche due.
Ed è lì, in quel bagno di tannini con  rami di potatura, che succedono le cose più interessanti.
Il colore cambia leggermente, spesso si approfondisce e a volte, si velano le superfici, compare cioè una patina e l’odore si trasforma.
Molte persone mi chiedono se è normale.
Si, e spesso è anche prezioso.
Ho imparato a non buttare via subito questi bagni, a  osservarli, perché in alcuni casi entrano in una sorta di fermentazione lieve, che modifica il risultato finale.
Non succede sempre,  ma quando succede, lo riconosco e lo capisco.

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